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martedì, 27 ottobre 2009
 
Appello: qualcuno lo ha visto?

Il primo (pare, sembra, si dice, si legge) film spedito ai membri dell'Academy per essere valutato per l'Oscar. Uh yeah!

http://www.youtube.com/watch?v=FF4H8lB2Y_o
postato da secondavisione | 27/10/2009 21:44 | commenti (7)


martedì, 20 ottobre 2009
 
DI ME COSA NE SAI (Italia, 2009), di Valerio Jalongo

Gli adolescenti di Salò al guinzaglio e Gianni Morandi presentatore in mutande, il dolore rabbioso di Fellini nei confronti delle tv del Cavaliere (e meno male, direbbero mia mamma o mia nonna, che Federico è morto, "sennò sai che dispiacere ne avrebbe, oggi") e il referendum per "non spezzare un emozione" (perso). Paisà e innocui fogli bianchi con numeri Auditel, giudici supremi della nostra possibilità di informazione e formazione. Le pizze di Al di là delle nuvole di Liliana Cavani in mezzo al fieno di una masseria del profondo sud ed un regista disilluso, Felice Farina, che da anni batte l'Italia alla ricerca di soldi per fare uscire il suo film. La Gilda dei registi italiani contro i tagli al Fus e le ragazzine urlanti di fronte al Teatro Cinque di Cinecittà, con le magliette dell'ultimo divo di "Amici" ("Fellini? No, no so chi sia..."). Una somma di elementi a tratti discromici, che compongono però la tela, perfettamente nitida e compiuta, dello stato del cinema italiano da trent'anni a questa parte. Il bel documentario di Valerio Jalongo presentato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia tenta di analizzare le cause di una disfatta: negli anni Settanta il cinema italiano era grande nel mondo. Produsse meraviglie di spregiudicatezza, anticonformismo e denuncia ("Ma Salò oggi sarebbe possibile?"), ci consegnò un patrimonio del quale in qualche maniera viviamo ancora oggi, per rendita, come quegli studenti secchioni che abbiano un calo di rendimento trascurabile alla luce di un passato glorioso. Poi tutto si arrestò: la legge Andreotti sul cinema (un film per essere italiano deve avere almeno il 50% di personale italiano) venne affossata da quella del socialista  Corona (che portò la percentuale al 100%). La "Holliwood sul Tevere" non potè più esistere, i produttori italiani, da De Laurentiis a Ponti, scapparono in America, perchè dietro a loro si era fatta terra bruciata. Di lì a poco la tv commerciale (e Fellini, in Ginger e Fred, aveva già detto tanto..) avrebbe imposto i suoi diktat, modificato in maniera profonda il consumo dell'immagine (da arte, seppur sporcata di meccanica ed industria, quale il cinema è sempre stato, a merce, dentifricio o saponetta, non più nè meno). Non è un caso che le prime immagini del documentario siano quelle di multisale incastrate nei non luoghi dei centri commerciali, mentre le piccole sale dei centri chiudono i battenti affossate dallo strapotere del meccanismo distributivo americano. Un piccolo documentario di spietata denuncia, nei confronti del quale il recente "Videocracy", anch'esso analisi dello stato dell'immagine negli ultimi trent'anni, scompare. Le suggestioni e le riflessioni condensate in questi 80 minuti scarsi sono tante, così come è tanta la rabbia, ai titoli di coda, che assale. Da recuperare: proiettato per tre giorni alla Cineteca di Bologna, non credo avrà enorme distribuzione... Ma se capita in qualche oscura sala della vostra città, di quelle che ancora resistono, non perdetelo.

Papes
postato da secondavisione | 20/10/2009 10:43 | commenti (5)


martedì, 06 ottobre 2009
 
Una settimana all'inizio della nona stagione...

... and more news to come.



postato da secondavisione | 06/10/2009 21:27 | commenti (9)


giovedì, 24 settembre 2009
 
Cosmonauta, di Susanna Nicchiarelli, Italia 2009

Vin
citore di una delle sezioni collaterali dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Cosmonauta, se non altro, ha il pregio di raccontare la solita storia di formazione da un punto di vista diverso e, soprattutto, cercando di evitare i personaggi tagliati con l'accetta, almeno per quanto riguarda i caratteri principali.
Luciana è una ragazzina nella Roma a cavallo tra '50 e '60, che vive nel mito del Partito Comunista Italiano e delle imprese spaziali sovietiche. Tra vita di sezione FGCI, primi baci e casini in famiglia, seguiamo qualche anno e momento topico della sua vita.
Niente di nuovo, si diceva: ma intanto è una storia di donne scritta senza troppi luoghi comuni e, anzi, riconoscendo un maschilismo di fondo dei comunisti italiani (e non solo) troppo spesso dimenticato. I personaggi intorno, eccezioni a parte, sono credibili nelle loro indecisioni, e anche i moti adolescenziali sono ritratti bene (la scena di pianto improvviso di Luciana è davvero una rappresentazione eccellente degli squilibri di quella fase della vita).
Cosa non funziona? Beh, i paralleli (anche nella messa in scena) tra vita della protagonista e missioni spaziali russe sono un po' troppo marcati, ma soprattutto l'errore del film sta nelle musiche: brutte, fuori luogo, sparate a palla. Non se ne sentiva davvero il bisogno.

Francesco

postato da secondavisione | 24/09/2009 13:02 | commenti (3)


venerdì, 11 settembre 2009
 
Videocracy (Erik Gandini, SVE 2009)

Le voci di critica nei confronti di quello che sta accadendo nel nostro Paese arrivano sempre di più dall'esterno. Che siano gli articoli dei quotidiani stranieri, gli interventi di politici dell'UE o, come in questo caso, film di produzione estera. Questo da un lato ci fa capire che, davvero, in Italia è sempre più difficile (per pigrizia o altro) sfondare la calotta trasparente sotto la quale la stessa società e il suo spirito critico vanno in letargo e dire in maniera efficace qualcosa sul sistema che, da trent'anni a questa parte, con potere crescente e consenso in aumento costante, ci governa. Scalfari, in un editoriale di qualche mese fa, definiva il sistema di governo che c'è in Italia come "democrazia autoritaria". Andrea Inglese, in un bell'intervento a proposito di Videocracy su Nazione Indiana, parla di "fascismo estetico". In ogni caso, siamo messi male.

Nel documentario di Gandini, questo fatto emerge chiaramente. Berlusconi, Mora, Corona e i loro paggetti e damigelle sono la reificazione dell'impunità (arrogante o meno: la calma di Lele Mora è sconvolgente) per una piccola percentuale di popolazione. Il resto degli italiani li guarda provando una serie di sentimenti che vanno dall'indifferenza acritica all'adorazione. E questo in Videocracy si capisce bene. Così come si capisce, attraverso la patetica (nel senso proprio del termine) figura del ragazzo lombardo che vuole sfondare in televisione con l'idea meravigliosa di un personaggio che unisca Van Damme a Ricky Martin (sic), la frustrante e disorientante brama di apparire e di conseguenza di soldi&potere che ormai pervade il popolo. Ma, a prescindere dalle reazioni, e dall'ottima capacità che Gandini ha di scegliere il materiale (tutte le riprese dei programmi televisivi da angolazioni non ortodosse sono esemplificative più di duemila manuali di comunicazione), Videocracy appare un po' sconnesso, non coeso, forte nelle parti che lo compongono, ma non nella struttura generale. Il titolo è imponente e di buon auspicio, ma più che una concatenazione logica di elementi, immagini, persone, c'è una giustapposizione, talvolta un po' traballante.

Poi, che c'entra, è da vedere. Se non altro per capire, una volta di più, che questo Paese non ha speranza, ma non per Berlusconi (e i suoi annessi e connessi), ma per la gente che lo abita.

Francesco
postato da secondavisione | 11/09/2009 13:28 | commenti (3)


lunedì, 24 agosto 2009
 
Oggi abbiamo scaricato per voi...

The Driller Killer
, di Abel Ferrara, USA 1979.
Abel Ferrara non sta benissimo, si sa, e non da ora. Tendo a dividere i suoi film in "film-con-buona-robba" e "film-tagliati-male". Questo fa parte della seconda categoria. Ferrara stesso interpreta un giovane pittore spiantato, che vive nel Lower East Side di Manhattan alla fine degli anni '70. Un periodaccio e, allo stesso tempo, un momento esaltante per New York. a un certo punto si compra una specie di batteria universale e va in giro a trapanare la gente, mentre ha problemi con la sua donna e con la ragazza che vive con loro, con il suo gallerista, eccetera. Ritmo lentissimo, più che uno slasher movie, come viene pubblicizzato, si avvicina in certi tratti di più ad alcuni lavori underground dell'epoca: più che alla storia, infatti, Ferrara sembra interessato a mostrare il suo ambiente drogato e pseudoartistico. Comunque, se vi interessa, potete scaricarlo tutto qua: http://www.archive.org/details/DrillerKillerUncut1979.
Moneyshot: il primo omicidio, che avviene al trentasettesimo minuto e finalmente movimenta un po' le acque.

The Nun, di Luis De La Madrid, SPA 2005
Brian Yuzna ha deciso che la sua vera, prima ragione di vita sono le tapas, e ha deciso di stabilirsi da qualche anno in Spagna. Quello che non si mangia e beve lo investe in film horror, di solito di scarsa qualità. Ma con The Nun tocchiamo il fondo. La storia: nel 1988 delle collegiali uccidono una cattivissima suora affogandola e occultando il corpo in uno stagno. Poco meno di vent'anni dopo lo stagno viene prosciugato, lasciando libero lo spirito della suora che uccide le donne a seconda di come le sante che danno loro il nome sono state martirizzate. La figlia di una delle vittime, insieme a un'amica spagnola, al fidanzato di lei e a un seminarista giovane e aitante, indaga. Come avrete capito, il film è stato scritto con un generatore di sceneggiature e la regia va (male) col pilota automatico. Effetti speciali appena sufficienti. Le uniche due note sono che la protagonista in aereo vede un film di Yuzna (pfffff) e che, ad un certo punto, svelato il "misterioso" passato, uno dei protagonisti dice che tutto sembra un remake di So cos'hai fatto (che in italiano viene tradotto letteralmente dal titolo inglese, e quindi diventa "So cos'hai fatto l'estate scorsa", aripfffff).
Moneyshot: l'omicidio di Eulalia. Ma proprio perché dobbiamo trovare un moneyshot.

Francesco
postato da secondavisione | 24/08/2009 14:04 | commenti


venerdì, 31 luglio 2009
 
L'anno che verrà

Eccoci pronti per la rischiosissima e pregiudiziale rubrica dell'estate (qui le edizioni 2004, 2005, 2006, 2007 e 2008, quest'ultima particolarmente azzardata visto che in mezzo ci abbiamo messo - inconsapevolmente - il film vincitore di Oscar e Leone d'Oro).
Insomma, ecco quello che potremo gioiosamente andare a vedere al cinema dal prossimo mese fino alla fine dell'anno, più o meno.

Apocalissi
Nel 1959 in una scuola viene seppellita una capsula del tempo (sic) con i disegni degli studenti. Nicolas Cage rimane stupefatto (anche se non lo dimostra) nel ritrovare la capsula e scoprire che in uno dei disegni sono rappresentate simbolicamente le date e il numero delle vittime di alcune catastrofi: e tre, due se togliamo l'esistenza di questo film con Nicolas Cage, devono ancora accadere. Alex Proyas, il regista del Corvo tenta di dirigere Cage che fa l'astrofisico (arisic). Il titolo italiano è Segnali dal futuro e da noi esce il 4 settembre.

La cana
L'ennesimo film di cani, diretto dal regista-cane Lasse Hallstrom, ovviamente ispirato a una storia vera di estrema fedeltà tra cane e padrone e remake di un film giapponese: ah, l'originalitè. Richard Gere trova un akita, lo adotta, lui si affezione, Richard Gere muore e l'akita (presumiamo) non se ne fa una ragione. Il tutto in Hachiko: una storia d'amore, in uscita in autunno.
Attendiamo il prossimo film con Gere e un criceto. Anch'esso ispirato a una storia vera e profonda.

3(i)D(iozie)
Un milionario folle vuole distruggere il mondo, ma ci sarà una squadra di porcellini d'India, addestrata dal governo USA, a impedirglielo. Visto il new deal obamiano ci aspettiamo anche una cavia afro. Il film esce il 24 settembre, si chiama G-Force: superspie in missione, ed è ovviamente girato in 3d.
Aridatece "Alvin and the Chipmunks". In cartone. A due dimensioni.

Mani di velluto
Ehi ragazzi, lo sapete che possiamo divertirci ancora per poco più di tre anni? Eh già, perché secondo il calendario Maya il mondo finirà il 21 dicembre 2012, minuto più, minuto meno. A quel tamarro pesantissimo di Roland Emmerich non è parso vero: i Maya sono morti tutti, quindi nessun problema di diritti d'autore, e le catastrofi sono pane per i suoi denti. Ladies and gentlemen, 2012.
Ma perché non farlo uscire il 22 dicembre di quell'anno? Così, per scaramanzia, no? E invece esce il 13 novembre di quest'anno.

Aridarko
Ehi, vi ricordate di Donnie Darko, unodeicentofilmpiùbellidellastoriadelcinemasecondogliutentidiimdb? Io non più tanto, ma ci pensa Chris Fisher a farci ripassare con S. Darko, uno dei sequel meno richiesti della storia del cinema. Niente, S. sta per Samantha, la sorella di Donnie. Speriamo, ora, nel controllo delle nascite. Il film esce il 21 agosto.

G.I. No
Chissà se uscirà davvero l'11 settembre (!) questo film, G. I. Joe - La nascita del Cobra, che ha già vinto il premio come peggior reazione del pubblico a una preview negli annali del cinema USA. La mania di pupazzielli fa presa anche sui giocattolini militareschi, ma del resto pare che ci sia in ballo anche un film sul Monopoli. Attendo con ansia quello sullo Scarabeo.

Genova per lui
A Colin Firth muore la moglie, e decide quindi (?) di trasferirsi a Genova con la famiglia, cioè due figlie: una piccola che somatizza e una grande che scopa a destra e a manca. Il film esce tra un mesetto, si chiama Genova (ma va') e lo dirige Michael Winterbottom.
Almeno non è ambientato nel luglio 2001. Speriamo.

@mbè
Valeria Solarino scopre di essere lesbica e si innamora di Isabella Ragonese. Solo che siamo a Favignana nell'800, e capite, allora era un casino, Adesso, invece... Donatella Maiorca è feticisticamente legata a un nome e quindi, dieci anni dopo Viol@, "il primo film sul sesso virtuale", torna con Viola di mare, previsto per il 16 ottobre. Le musiche sono di Gianna Nannini e Vladimir Luxuria non compare nel cast.

Lega(mi) duri a morire
Segnatevi la data: il 9 ottobre esce Barbarossa di Renzo "Umberto" Martinelli. Rutger Hauer fa Barbarossa, Raz Degan fa Alberto da Giussano, in molti rifanno la Storia.
Si potrà andare al cinema e poi giustificarsi dicendo di essere solo l'utilizzatore finale della pellicola?

Patè de bourgeois
Pippo Delbono sta con Tilda Swinton, ma sono in crisi per colpa di Marisa Berenson. Fantagossip? No, Io sono l'amore, ultimo film di Luca Guadagnino, che ultimamente ci ha regalato Melissa P. Unico motivo di interesse, la presenza di Diane Fleri, che amo segretamente da qualche anno. Lascia un commento, Diane, che poi ci mettiamo d'accordo.

Francesco
postato da secondavisione | 31/07/2009 15:53 | commenti (7)


mercoledì, 08 luglio 2009
 
Gran Galà 2009 - I premi

Eccoci qua, dopo la puntata fiume di ieri, andiamo a riassumere i premi assegnati.

Gnocca dell'anno
Il cast femminile di Vicky Cristina Barcelona

Gnocco dell'anno
Hugh Jackman per Australia

Film equo e solidale
Terra madre di Ermanno Olmi

Premio DAMS e Scienze della Comunicazione
Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher

Attrice Filodrammatica
Charlotte Gainsbourg per Antichrist

Attore Filodrammatico
Tom Cruise per Operazione Valchiria

Migliore Colonna Sonora
Joe Hisaishi per Ponyo sulla scogliera

Miglior Attrice
Meryl Streep per Il dubbio

Miglior Attore
Mickey Rourke per The Wrestler

Migliore Film d'Animazione
Wall-E di Andrew Stanton

Cesso di Bronzo
Antichrist di Lars Von Trier
Cesso d'Argento
Louise-Michel di Gustave de Kervern e Benoît Delépine
Cesso d'Oro
Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee

Seconda Visione d'Oro
Gran Torino di Clint Eastwood

Bene, per quanto riguarda la trasmissione è tutto: ovviamente vi ringraziamo uno a uno, così come ringraziamo tutti, ma proprio tutti, quelli che hanno reso possibile Seconda Visione, i nostri colleghi e amici alla radio, il catering e... Avete capito. Il blog, lo promettiamo, riprenderà vita.

postato da secondavisione | 08/07/2009 14:20 | commenti (4)


martedì, 30 giugno 2009
 
Il Gran Galà di Seconda Visione

E anche quest'anno concludiamo la stagione alla grande. Martedì 7 luglio dalle 21 alle 23.30 assegneremo i nostri premi, sentiremo conduttori passati e critici esprimere i loro pareri sulla stagione appena trascorsa, faremo esplodere raudi e miccette. Bando alle ciance, ecco le nominations.

Ah, come al solito, esprimete il vostro voto nei commenti, poveri illusi. Noi abbiamo già deciso tutto.

Gnocca dell'anno
- Megan Fox per Transformers - La vendetta del caduto
- Il cast femminile di Vicky Cristina Barcelona
- Il cast femminile di Quantum of Solace
-
Caterina Murino per Alibi e sospetti
- Il cast femminile di Generazione Mille Euro

Gnocco dell'anno
- Benicio del Toro per Che
- Hugh Jackman per Australia
- Vincent Cassel per Nemico pubblico
- Daniel Craig per Quantum of Solace
- Luca Argentero per Diverso da chi?

Premio DAMS e Scienze della Comunicazione
- Tropic Thunder
- Aspettando il sole
- Antichrist
- Lo strano caso di Benjamin Button
- The Wrestler

Premio film equo e solidale
- Il canto di Paloma
- Che
- Terra madre
- Milk
- La classe

Attrice filodrammatica
- Renè Zellwegger per Appaloosa
- Claudia Gerini per Aspettando il sole
-
Charlotte Gainsbourg per Antichrist
-
Laura Chiatti per Gli amici del Bar Margherita
- Nicole Kidman per Australia

Attore filodrammatico
- Tom Cruise per Operazione Valchiria
-
Luigi Lo Cascio per Gli amici del Bar Margherita e Miracolo a Sant'Anna
-
Sean Penn per Milk
-
Brad Pitt per Il curioso caso di Benjamin Button
-
Demian Bichìr per Che

Migliore colonna sonora
- Coraline e la porta magica (Bruno Coulais)
- Ponyo sulla scogliera (Joe Hishaishi)
- The Reader (Nico Muhly)
- Vincere (Riccardo Giagni)
- Burn After Reading - A prova di spia (Carter Burwell)

Miglior film di animazione
- Coraline e la porta magica
- Wall-E
- Valzer con Bashir
- Ponyo sulla scogliera
- Le avventure del topino Desperaux

Miglior attrice
- Angelina Jolie per The Changeling
-
Valeria Golino per Giulia non esce la sera
- Meryl Streep per Il dubbio
- Kate Winslet per The Reader e Revolutionary Road
-
Gwyneth Paltrow per Two Lovers

Miglior attore
- Clint Eastwood per Gran Torino
-
Mickey Rourke per The Wrestler
-
Gianni Cavina per Gli amici del Bar Margherita
-
Frank Langella per Frost/Nixon
-
Mathieu Amalric per Racconto di Natale

Cesso d'oro
- Gli amici del Bar Margherita
- Antichrist
- Aspettando il sole
- Home
- Lezione 21
- Louise-Michel
- Miracolo a Sant'Anna
- Un giorno perfetto
- Transformers - La vendetta del caduto
- X-Men le origini: Wolverine

Seconda Visione d'oro
- Il canto di Paloma
- Che
- La classe
- Gran Torino
- Lasciami entrare
- Racconto di Natale
- Rachel sta per sposarsi
- Si può fare
- Two Lovers
- Vincere


Votate, votate, votate. Tra qualche minuto va in onda l'ultima puntata della regular season e poi, il 7 luglio, eleganti e profumati al Gran Galà di Seconda Visione.
postato da secondavisione | 30/06/2009 21:51 | commenti (11)


sabato, 20 giugno 2009
 
 Taking Woodstock

(USA, 2009) di Ang Lee

E' il solito Ang Lee un po' paraculo, se mi si passa un termine che non brilla certo per tecnicismo. Che sfoggia fotografie patinate e le mescola con un po' di fango made in Woodstock e sgrana altri passaggi, che fa tanto repertorio, disegnando Woodstock così come ci piace immaginarla, un'infilata di disastri ed errori di un manipolo di eroi freaks, alcuni nerds (come il protagonista nonché autore del libro da cui Lee trae la sceneggiatura, Elliot Tiber, fautore quanto Michael Lang del mito. In realtà quello che viene dipinto come una specie di Rickie Cunningham un po' più cappellone a New York aveva bazzicato con Truman Capote e Allen Ginsberg, tanto per dirne un paio), fate hippie dai capelli di luna e dosi massicce di Lsd che per puro caso generano il più straordinario evento della storia della musica. Insomma, Ang Lee non si fa mancare nulla dell'infilata di stereotipi, alcuni divertenti altri più smaccatamente melensi e piacioni, che hanno costruito nel tempo la mitologia di quel concerto, indugiando solo en passant su una possibile deriva commerciale dell'intoccabile Woodstock. All'inizio pare la messa in scena di un classico film adolescenziale per la tv, che ci racconta di quanto erano simpatici e scavezzacollo quei nonnetti che oggi vediamo ostinarsi a portare i capelli lunghi, nonché bianchi, raccolti a coda di cavallo, e che portano impresso il marchio Woodstock-sessantotto-contestazione come fosse un marchio d.o.c..Poi si impenna su alcuni bei passaggi ed immagini, strappa sorrisi, insomma si fa vedere con piacevolezza pure se restando avvertiti del carattere di favola bella e costruita per farci rimpiangere cosa (non)siamo stati. Insomma avvertenze per la visione: scivolateci dentro come si può scivolare in un rassicurante sogno psichedelico, di quelli da visione pop e fanciullesca, ma poi credeteci fino ad un certo punto. Anzi, poi magari guardate d'infilata “My generation” così da smorzare brutalmente la melassa.

Lu

postato da secondavisione | 20/06/2009 11:40 | commenti (1)


giovedì, 09 aprile 2009
 
FORTAPASC di Marco Risi

Ci sono film sui quali forse occorre sospendere il giudizio artistico più snob e puntiglioso (ed evitare raffronti con genitori ingombranti) per lasciarsi liberamente catturare dal contenuto e dal livello di riflessione (amarissima) che stimolano sullo spettatore. Questo non per dire che quello di Marco Risi sia un film "cinematograficamente" poco riuscito: pecca solo a tratti di qualche ingenuità da fiction televisiva, ma nel complesso funziona. La storia del giornalista Giancarlo Siani, che dalla cronaca nera di "Fortapasc", (come lo stesso sindaco definì Torre Annunziata nel "lontano" 1985) arriva a scavare nella melma degli intrecci sporchi tra camorra, danaro e politica, appalti e morti ammazzati nell'eterna guerra di clan per il controllo del territorio, non avrà forse il respiro universalistico di Gomorra, del quale si presenta forse come fratello minore (con qualche strizzata d'occhio pure a certe modalità narrative del "Divo" sorrentiniano, come se Garrone e Sorrentino avessero davvero inaugurato una nuova onda cinematografica italiana, con la quale il raffronto è inevitabile). Ma coinvolge, appassiona la vicenda umana di un giovanissimo, che si fa ammazzare prima di arrivare all'età dei contemporanei "bamboccioni". La vitalità del protagonista Libero Di Rienzo è omaggio riuscito all'anima bella di questo ragazzo, morto per la follia che tutt'ora si perpetua di una guerra che spesso è con fastidio relegata tra i fatti di "cronaca locale" e non -come invece sarebbe giusto- denunciata come male nazionale.

Luciana
postato da secondavisione | 09/04/2009 11:03 | commenti (5)


giovedì, 12 marzo 2009
 

GRAN TORINO, Clint Eastwood, USA 2008

Clint torna sulla scena del delitto. I riferimenti a quell’immenso capolavoro che è Unforgiven sono più di uno nella nuova fatica, in tutti i sensi, del sempre più prolifico maestro. A cominciare dai personaggi principali, William Munny e Walt Kowalski, le assonanze sono molteplici, non solo per l’iniziale dei nomi, ma per il retroterra familiare, la comune perdita della moglie, la presenza, nel caso di Gran Torino assenza, dei figli (chissà come sarebbero diventati quelli di Munny), e soprattutto il comune passato. Un passato opprimente di sangue e misfatti da lavare, non importa se all’interno o al di fuori della legge, se Missouri o Corea. Ancora Clint attraversa lo schermo faticosamente, malandato, tossendo, sputando sangue, portando addosso il fardello di un’epoca tramontata, e il desiderio di una possibilità di riscatto, non solo morale. Più che mai Gran Torino si presenta come un western, in abiti moderni, ma pur sempre western. C’è una piccola città, una veranda sotto un portico dove sedersi sorseggiando un caffè, fumando una sigaretta e osservando il passaggio come il Wyatt Earp di Sfida Infernale, c’è un barbiere con l’insegna bianca e rossa, macchine al centro dell’azione là dove ieri c’erano cavalli, frasi memorabili da farsi scolpire. E un comune denominatore, un elemento destabilizzante che vorrebbe imporre la propria legge e che è sempre stato chiamato “gang”, banda. Ma in questo western contemporaneo sta la grande differenza rispetto ad Unforgiven, perché siamo in presenza del Clint che è partito dal sogno americano infranto di Un Mondo perfetto, che ha attraversato i ponti di Madison County per bagnarsi nelle placide e grigie acque del Mystic River, passando per le palestre di periferia dove ragazze da un milione di dollari combattono tenacemente contro le avversità e le imposizioni di una vita dura. È il Clint saggio e dolente, capace di piangere e perdonare, vestigia di un tempo e di un mondo. Al cambio del nuovo millennio, la fine secolo sancita nel sangue da William Munny appare inutile anche al razzista Walt Kowalski. Vivo in una ghost story che parla di ombre e di morti. Gran Torino è l’ennesimo caposaldo, commovente summa di vita e di poetica, di Clint l’autore, il regista, l’attore, il volto, la voce. Con quella classicità, la tante volte discussa classicità, tanto semplice da venire oltrepassata e nuovamente superata. Grande. Semplicemente.

Tom
postato da secondavisione | 12/03/2009 01:42 | commenti (1)


sabato, 07 marzo 2009
 
L'italoamericano del cast (rubrica che ogni tanto va fatta).

L'italoamericano del cast, questa settimana, è Richard Cetrone, stunt coreographer di Watchmen (ma soprattutto indimenticabile Big Daddy Mars di Ghosts of Mars).
postato da secondavisione | 07/03/2009 19:39 | commenti (1)


mercoledì, 04 marzo 2009
 
postato da secondavisione | 04/03/2009 12:36 | commenti (3)


venerdì, 27 febbraio 2009
 

THE READER di Stephen Daldry

Parto da una premessa: incondizionatamente sottoscrivo l'Oscar a Kate Winslet.  
Dopodichè,  se The Reader può prestare il fianco ad una valanga di critiche o, al contrario, essere osannato, l' interpretazione dell’attrice non può essere messa in discussione nemmeno dai detrattori più feroci. Altrettanto incontrovertibile è il fatto che, al contrario, Ralph Fiennes dia un po' il peggio di sè. Tra questi due poli sta il film: anzi, forse questo doppio, questo contrasto tra eccellenza e gusto discutibile è un po' la cifra di tutto il film. La narrazione, che intreccia piani temporali diversi, è la ricostruzione nella memoria di Michael (Ralph Fiennes appunto), malinconico (o solo un po' lesso?)  avvocato di mezza età, di un’adolescenza, una giovinezza ed un’intera esistenza segnati indelebilmente dall’incontro con Hanna Schmitz (Kate Winslet). Nell'anno del signore 1958  tra il quindicenne Michael (interpretato da David Cross) e Hanna, a seguito di un incontro casuale, nasce una storia di passione e iniziazione: al sesso e all’amore, per il ragazzo, ai piaceri della letteratura per la donna che esaltando le capacità di lettore del ragazzo nasconde la sua inconfessabile vergogna di essere analfabeta. All’improvviso la donna scompare. Michael la ritroverà qualche anno dopo, giovane studente di legge, in un’aula di tribunale, imputata assieme ad altre ex carceriere dei lager nazisti in uno dei tanti processi che intesero restituire un briciolo di dignità e giustizia alle vittime della Shoah.
Intensissimo ed esplicito nel mettere in scena tutta la violenza, la dolcezza e la capacità devastante di un amour fou, quale può essere quello tra un adolescente ed un’adulta, la storia perde d’intensità e si meccanicizza nell’impatto con la Storia. Prendendo forse un po’ troppo alla lettera l’harendtiana “banalità del male” (ma, come insegnò Norimberga, se l’ordine è immorale si ha il diritto, forse il dovere, alla disobbedienza), l’aguzzina Hannah/Kate Winslet può apparire a tratti incosciente -e quindi in qualche modo innocente- dei crimini commessi. Arrivando addirittura -catarsi suprema nell’espiazione della colpa- ad autoaccusarsi nel corso del processo per non svelare la vergogna che il suo corpo, la sua mente e il suo stomaco di donna percepiscono più infamante dello sterminio stesso perpetrato, ossia il fatto di essere analfabeta. I discorsi sul diritto e sulla morale che coinvolgono lo studente Michael ed il suo docente di diritto penale (Bruno Ganz, che a me fa sempre piacere vedere), sulla necessità di una difesa imparziale stridente con l’abominio dell’Olocausto che, solo, fa saltare qualsiasi schema di processo giusto ed equo, non riescono ad avere lo stesso impatto emotivo della storia privata tra la trentenne e il ragazzo.
Insomma, Daldry è bravo a parlare di adolescenze, ma dovrebbe evitare scivoloni mettendosi a maneggiare una materia che per enormità e peso non sa trattare: almeno a sentire i giudizi più feroci della stampa (alcuni critici l’hanno definita “Repellente. Una manipolazione disonesta a base di sesso nazi-pedofilo”). Perchè il supremo scandalo di cui sarebbe colpevole è l'aver fatto del corpo di una nazista materia calda e pulsante, quanto le pagine di un libro, per aver mischiato la nobiltà e la purezza dell’amore, la sensualità della passione, l’ossessione per le belle lettere con la suprema colpa che le nostre coscienze tentano, da più di sessant’anni, di rimuovere. Allora come lo consideriamo, il film? Non è un problema da poco. Posso dire "mi è piaciuto", ma rischio l'anatema da parte di chi, legittimamente, mi contestasse "ma come puoi amare un film nel quale un'aguzzina fa la parte dell'agnello sacrificale?".
Ci sono pecche che non mi fanno gridare al capolavoro, non c'è dubbio: la seconda parte del film è una corsa agli ostacoli per tirare le fila di tutto e ricondurre le temporalità disperse in un unico piano, verso un the end che però è imperfetto come un maldestro tentativo di quadratura del cerchio. Ma la Winslet, che potenza. E che bellezza. Lei vale il biglietto, senza riduzione.
Attendo commenti e confronti.

Luc

postato da secondavisione | 27/02/2009 11:45 | commenti (5)


venerdì, 20 febbraio 2009
 

PPP (perseguitato dal product placement)

Quest'anno sono stato a vedere due film adolescenziali, Ti stramoHo voglia di un'ultima notte da manuale prima di tre baci sopra il cielo e Questo piccolo grande amore. Guilty pleasure, of course. Ma un po' speravo anche di scrivere un pezzo arguto e illuminante sul fenomeno. Invece ho scoperto che:
a) ho un debole per le giovani attrici che hanno fatto Raccontami;
b) Stram di Ti stramo indossa abbigliamento tecnico motociclistico della Spyke, come me;
c) Andrea di QPGA indossa occhiali da sole Lozza, come i miei.

p.

postato da secondavisione | 20/02/2009 12:32 | commenti (8)


martedì, 17 febbraio 2009
 

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON, David Fincher, USA 2008

 

David Fincher è diventato grande. È curioso, come il caso di cui si parla, che a testimoniarlo sia una pellicola all’apparenza non propriamente fincheriana, che trasforma sostanzialmente un racconto breve di Scott Fitzgerald, ispirato ad una frase di Mark Twain, in un romanzo cinematografico dall’ampio respiro. La bizzarra storia di formazione capovolta di un personaggio dalla vita al contrario, che nasce vecchio e ringiovanisce decrescendo a neonato, evidenzia una certa tendenza di alcuni autori, più o meno giovani, del nuovo cinema americano, che dopo aver imposto vigorosamente un proprio tocco personale riconoscibile, un immaginario visivo e quasi visionario, dimostrano una piena maturità registica con film in cui lo stile sembra essersi asciugato nella sobrietà. Guardando ammirati There will be blood ci si chiede quando arrivino le rane, e si rimane sorpresi a constatare che, in realtà, a piovere è solo petrolio. Dove sono i virtuosismi della mdp e i grassoni che urlano in Non è un paese per vecchi? Ci si aspetta perfino qualcosa à la Mendes in Revolutionary Road, chessò, qualche ragazza ignuda coperta di petali, qualche leggera e poco pretenziosa citazione di Kubrick. Il pensiero torna alla disputa se fosse lynchiano o meno il più che lynchiano The Straight Story, che con semplice grandezza trattava il bene allo stesso modo come in cui era stato raccontato il male. Una nuova generazione di registi sembra aver cristallizzato una propria consapevole, e non solo estetizzante, poetica. Il curioso caso che vede protagonista Benjamin Button, a pensarci bene, è un film perfettamente fincheriano, senza per forza essere immerso in livide luci desaturate sotto una pioggia incessante. Lo è per come tratta la devianza, la mostruosità, già al centro di Alien³, Seven, Fight Club e Zodiac, tutti accomunati dal fatto di essere, a loro modo, grandi racconti di formazione. Un moderno classico, commovente riflessione sulla vecchiaia e sulla giovinezza, la cui presunta sobrietà svela la maestria tecnica. Il ringiovanito Fincher è cresciuto nel maturo Fincher, presente ma celato dietro le nubi onnipresenti e minacciose che accompagnano i personaggi fino a Katrina. Agli Oscar un ragazzo indiano campione di quiz televisivi toglierà a questo film la soddisfazione della vittoria. E nonostante questo rimarrà nella memoria, strano, affascinante e prezioso. Cate Blanchett mai così bella.

 

Tom

postato da secondavisione | 17/02/2009 18:17 | commenti (10)


domenica, 08 febbraio 2009
 
Frost/Nixon - Il Duello (Ron Howard, USA 2008)

Credo sia difficile per un non americano comprendere appieno che impatto abbia avuto il Watergate, ma più in generale la figura di Richard Milhaus Nixon, e di conseguenza questa serie di interviste che sono il centro del film di Ron Howard. Ma non importa, perché il film che ne viene fuori è molto buono e, soprattutto, molto valido dal punto di vista cinematografico: e in questa sede, questo ci interessa.
Ron Howard si trova comunque di fronte ad una figura in decadenza, che ha perso tutto, ma che è stata perdonata da Gerald Ford (uno degli errori di uno dei presidenti più bistrattati - spesso a ragione - della storia degli Stati Uniti). Ma soprattutto il popolo americano non perdonò mai a Nixon il fatto che si sia dimesso senza chiedere scusa.
L'altra figura è quella di David Frost, fondamentalmente un intrattenitore un po' dandy e molto donnaiolo, che sente di iniziare a perdere terreno, ridotto com'è a fare un varietà in Australia.
Messi di fronte i due personaggi in un contesto antagonistico, Howard fa capire subito che entrambi hanno lo stesso scopo: (ri)farsi un'immagine. La metafora pugilistica è quindi evidente: tra una pausa della registrazione e l'altra, Frost e Nixon vanno dai rispettivi assistenti che, come i secondi nel pugilato, valutano l'incontro fino a quel momento e danno consigli tattici. E come nei migliori film di pugilato, chi sembrava sconfitto recupera e vince nell'ultimo round.
La forza del film, però, è di non calcare la mano su niente, ma di scegliere ritmi e toni pacati, ma inesorabilmente ascendenti, per condurre naturalmente (per così dire) al climax finale. E in questo Howard sa bene come fare: usa la macchina da presa in maniera discreta ma presente, riesce a dare senso ai numerosi fuori fuoco, e talvolta compone l'inquadratura in maniera apparentente classica, ma in realtà disturbante. Per esempio ci sono dei controcampi in cui l'ex presidente è al centro del quadro, ma "sporcato" a destra e a sinistra dalle figure fuori fuoco degli assistenti alla trasmissione e dall'inquietante luce rosse della telecamera.
Eccezionali gli attori, in particolar modo Langella, che pur non somigliando all'uomo che interpreta, riesce a far trasudare da ogni movimento quell'essenza che ha condannato Nixon ad essere, per sempre, "Tricky Dick".

Francesco
postato da secondavisione | 08/02/2009 18:52 | commenti (2)


mercoledì, 04 febbraio 2009
 

UN PO' DI FFFFFFFFFFFFFFUTUREFILMFESTIVAL

Butto lì, aspettando che i nuovi adepti del culto di Nakagawa manifestino il giusto sdegno per non riportare di seguito parole sul sommo maestro. Somma pudicizia mi spinse. Timore. Attendo le loro però!

IDIOTS AND ANGELS
di Bill Plympton (Usa, 2008)
La storia è quella di un uomo ordinariamente meschino e arrogante, volgare e abitudinario, cui l'apparire di due ali d'angelo sulla schiena spezza fastidiosamente l'abituale tran tran di doccia barba e quotidiane abiezioni (straordinaria la scena in cui, con satanico autocompiacimento, fa esplodere con una fiamma il serbatoio di un auto colpevole di avergli rubato il parcheggio). Le due innocenti ali, che tenta di estirpare con la sega elettrica quando si accorge che lo portano, contro ogni sua volontà, a compiere azioni "buone", saranno non tanto l'inizio della redenzione per l'uomo, quanto lo scatenarsi di una folle girandola di opportunisti che in quel fenomeno freak  scorgono tutte le opportunità di arricchimento (l'esibizione da baraccone dell'uomo-angelo potrebbe essere remunerativa...). Al suo solito il cattivissimo Plympton sbatte ci sbatte in faccia miserie (tante) e (poche) nobiltà, tutte le umane piccolezze e lo squallore cui non si pone argine nell'eterna lotta dell'homo homini lupus. Col suo tratto sporco e livido, stilizzato e ripugnante nel descrivere sommariamente ma puntualmente le sgradevolezze dell'anima riversate sui corpi e nei volti difformi, ci fa vergognare di essere umani, e non ci offre il sollievo finale di una redenzione piena. Al fondo resta sempre quel senso di incompiutezza, peccato e "sporcizia" che ci rende maledettamente, condannati a vita, umani. Si ride, e a volte si distoglie lo sguardo come quando allo specchio notiamo un particolare che proprio non va. Lo ami e lo odi, perchè ti sbatte in faccia lo squallore del vero, senza chiederti il permesso.
 

SITA SINGS THE BLUES
di Nina Paley (Usa, 2008)
La sorpresa più starordinaria del Festival. Avevo giurato che mi sarei incatenata davanti a Palazzo Re Enzo se non avesse vinto. Poi si sono verificate due coincidenza: non ha vinto, ed ha iniziato a piovere di brutto. Comunque..
That's the story. Questa pazza regista quarantenne, Nina Paley (che si definisce allegramente una "media whore" e fornisce la sua mail. Le ho scritto, mi ha risposto) nel 2002 si trasferisce  in India assieme al marito. Legge il Ramayana, poema indu, e si accorge che la storia della principessa Sita abbandonata dal suo principe azzurro e consorte Rama, si ripete ironicamente da millenni, nella vicenda sempre nuova e sempre uguale dei risvolti-psicologici-nei-rapporti-tra-giovani-uomini-e-giovani-donne. Ne fa, in 5 anni, un film animato sul computer di casa, poi comincia a fare una colletta per portarlo su pellicola. Il risultato è un film straordinario per originalità, incantevole per ironia, ammaliante per i diversi registri narrativi e di tratto che coesistono con una naturalezza e un risultato sorprendente. Sita e Rama sono di volta in volta differenti, in un caleidoscopio si frantuma e si scompone la loro vicenda. La loro storia è raccontata da tre "ombre" indonesiane che continuamente sembrano mettere in discussione il racconto, con lapsus e frequenti incertezze (prendiamolo un po' in giro questo mito, che è in fondo una storia di corna e debolezze). E diventano le figurine, certo, dell'iconografia classica indiana, volti fissi e occhi bistrati di nero, figurine piatte e rigide che interpretano il loro millenario ruolo. Ma  la loro storia è raccontata pure dalle note struggenti del blues malinconico e donnesco di Annette Hanshaw, cantante jazz degli anni venti: e allora la principessa Sita si trasforma in Annette, o Annette in Sita, bambola mora dalle curve mozzafiato che canta della rudezza del suo uomo, di quanto è dolce il suo uomo, di quanto sa ferirla il suo uomo. E la loro storia si riflette pure nella vicenda americana e contemporanea di Nina (altro registro grafico) e del suo compagno che le spezza il cuore via mail (gli uomini sono tutti uguali, e la mamma ve l'aveva detto). Insomma, la storia millenaria e dall'aura sacrale, desacralizzata dall'accostamento alla banalità delle quotidiane beghe amorose, con inserti pop che avrebbero fatto crepare d'invidia sir George Harrison e compagnia. La Nina mi ha detto che in Italia sarà distribuito. Visione obbligatoria, che in un colpo spazza via il piattume di produzioni animate a volte serializzate (con le dovute, grandiose, eccezioni).

IGOR
di Tony Leondis (Usa-France, 2008)
Bella sorpresa questa cooproduzione franco-statunitense, parodia gustosissima dei film della difformità e del mostruoso. Straordinaria anche perchè proiettata in lingua originale, dato che stiamo parlando di signore voci: per questo spassosissimo cartoon si sono scomodati niente popodimeno che Steve Buscemi, John Cusack Jay Leno, Cristian Slater, tanto per dirne qualcuno. L'Igor del titolo è un "Igor", appunto, come molti suoi omonini hunchback ed aiutante del suo personale Scienziato del Male, nel Regno del male di Malaria, oppresso dalla pioggia perenne e da un dispotico re nano (beh..) il cui trono è insidiato da uno degli Scienziati del Male, più ambizioso dei suoi colleghi/rivali. Ogni anno si porta all'attenzione di una soggiogata platea la sfida delle Invenzioni Malvage progettate dagli Scienziati. Igor si diletta di scienza, nonostante il suo status di servo non lo consentirebbe. E quando accidentalmente il suo Padrone Scienziato muore, decide di proseguirne l'opera e di creare la più straordinaria invenzione di sempre, la vita, di un essere ovviamente malvagio. Peccato che gli esca fuori una specie di Biancaneve obesa ed abnorme, filantropa ed appassionata di recitazione. Tra gag divertentissime e tentativi falliti di costringersi ad essere "cattivi" più che si può (dato che pare che solo le ragazze, e i ragazzi, cattivi vadano dovunque), Igor si arrenderà alla fine alla propria (buona) natura e a quella del suo novello Frankenstein in gonnella, aiutato nel suo percorso da due sue creazioni, Brian, un cervello sotto vetro (ovviamente stupidissimo) e Scamper, un coniglio reso immortale suo malgrado, che escogita mille stratagemmi (invani) per suicidarsi. Se avrà successo commerciale ne saremo felicissimi. Forse arriva un po' in ritardo rispetto alle evoluzioni poetico-espressioniste della Pixar? Vabbè, chi se ne frega, avercene come diceva qualcuno qui vicino...

PACO AND THE MAGICAL BOOK
di Tetsuya Nakashima (Giappone, 2008)
La follia allo stato puro. Gli orizzonti estetici nipponici mi risultano sempre ostici da afferrare, comprendere dunque godere. Mettono talvolta a dura prova il mio imbarazzo. Nell'usuale accumulo di personaggi strambi, barbe posticce, improbabili occhiali, capigliature esplosive, vecchietti ridicoli, accumuli di oggetti da scenario apocalittico colorato con gli Uniposca, la storia è quella (ripercorsa nella memoria di uno scrittore, scopriremo alla fine chi è), di una strambra clinica/ospedale/ricovero per travestiti ripudiati, loschi individui sfregiati, infermiere sadomaso in bianco, mogli-vampire assetate di potere. Onuki, un vecchio canuto cinico e sgradevole, sopporta a stento l'olezzo di questa compagnia di reietti, e in generale l'umanità. Ma capita che sulla sua panchina si sieda Paco, una ragazzina (i buoni, osservava giustamente il Dottor C. ad una proiezione, hanno sempre tratti più occidentali), che legge continuamente lo stesso libro pop up in cui sono narrate le avventure di un principe rana.Paco a segiuto di un incidente ha perso la memoria. Ogni notte il sonno cancella i ricordi del giorno precedente. E nel cuore secco del vecchio Onuki si fa strada una crepa, di commozione e affetto, che lo porta ad escogitare un modo per regalare alla bambina la possibilità di trattenere almeno un ricordo. Così recluta pazienti e infermiere per mettere in scena la fiaba che la bambina legge ogni giorno con avidità, fino al commovente finale. Una favola che all'inizio ti respinge poi ti fa sciogliere inevitabilmente nella commozione anche se continui a non capire che diavolo possa passare nella testa di uno che si inventa e filma una storia del genere (oltre ad invidiare inevitabilmente le sostanze che potrebbe avere assunto).

Luciana


postato da secondavisione | 04/02/2009 12:34 | commenti (4)


lunedì, 02 febbraio 2009
 
Pigro ed in tre parole (poi il dibattito)
 
 
Lasciami entrare
 
Bello, intrigante, affascinante. Un po’ sopravvalutato? Forse, ma chi se ne frega. Come si dice in questi casi: avercene.
 
Cose belle: l’amore come ambiguo in sé, senza aver bisogno un punto di vista forzoso. Affetto come salvezza apparente e dannazione eterna.
 
Cose brutte: qualche difetto di costruzione e sceneggiatura qua e là. Ma sono rilievi da geometri.
 
Australia
 
Lungo, noioso e ambiziosamente rovinoso. Visti i risultati al botteghino, probabilmente il prossimo film di Luhrmann sarà un adattamento di Finale di partita girato con videocamera fissa.
 
Cose belle: la parte western, a essere buoni. Hugh Jackman
 
Cose brutte: l’ultima ora e mezza, il Gormito Botox che prova ad essere giovane e sbarazzina, presenza di  negro magico sopra il livello di guardia (grazie violetta)
 
Appaloosa
 
Ogni anno esce un western e tutti siamo più contenti. Anche se questo è più classico e meno crepuscolare, se ironico e inaspettatamente con un ritmo dispari. Da vedere, anche se in cuor mio mi aspettavo un poco di più
 
Cose belle: Viggo. La figura femminile. I duelli. Riconoscere Lance Henriksen
 
Cose brutte: Zellweger. Qualche discontinuità. Il doppiaggio italiano (ma come si può vedere un western su uno schermo di un computer? È contro natura)
postato da secondavisione | 02/02/2009 12:58 | commenti (2)