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venerdì, maggio 23, 2008
Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg
Io sarò invecchiato e probabilmente imbolsito e per certe cose non c’ho più l’allegra freschezza di una volta. Ma Harrison Ford sta peggio. E peggio ancora Indiana Jones, e ancora peggio Spielberg che con un po’ di finta ingenuità prova a rispolverare i fasti del suo periodo più bello.
Purtroppo non si può fare a meno di parlare come un amante deluso. C’è poco da fare. Già il trailer suscitava atroci sospetti, brutto come mai fu quello di una grossa produzione. Il film conferma tutto.
La formula è ben ripetuta: c’è il mistero, ci sono i mandanti della superpotenza cattiva, ci sono i viaggi, la frusta, i momenti comici, l’azione da montagne russe. Ma il mistero è un poco scarsino, i passaggi per arrivare al punto sono automatici e veloci (non c’è suspense, non ci sono vicoli ciechi, non ci sono ribaltamenti, o sono telefonati), l’azione è consapevole del proprio essere “fuori dal tempo”. In fondo, un’operazione priva di vita: i primi tre capitoli erano una ripresa di moduli di genere dei film di avventura, ma erano mescolati in modo da avere un risultato esplosivo, in questo caso non si prende più dall’originale rielaborando, ma si prende dalla copia facendo il calco. E, spesso, i calchi non hanno niente da dire.
Ci possono stare le strizzatine d’occhio (l’arca dell’alleanza che balena per un attimo, il becero riferimento al maccartismo che tormenta il professor Jones), ma quando queste diventano viventi e strutturali, come Karen Allen, allora si ha la misura del fallimento dell’operazione.
Karen Allen, sparita all’altezza del 1988, era la donna di Indy, di cui ci si era innamorati a 8 anni, altro che Kate Capshaw. Vederla adesso recitare a 57 à la Hilary Duff, con faccette e imbroncia menti teneri e comici, è veramente una pena. Forse più di Harrison Ford action hero alle soglie dei 70. Ma forse è solo che lui te lo aspetti, e lei purtroppo no.
Correranno tutti a vederlo, ma la delusione è cocente
Hanno imbolsito pure Cate Blanchett, marrani.
Carnera: The Walking Mountain di Renzo Martinelli
Uno ci prova anche ad avere buon cuore, a togliersi i pregiudizi, ma poi se tutto confermato, uno si chiede: perché fare lo sforzo?
Giusto per mettere le mani avanti: è un prodotto televisivo, molto più lungo, e si vede dai tagli. Quindi una prima giustificazione. La seconda è che uno potrebbe anche apprezzare il tentativo di fare dell’epica autoctona. La terza è che ho visto combattimenti girati peggio (anche meglio, ma alla fine sono la parte migliore del film, per quanto mi riguarda).
E, diciamo, che perché a volte siamo buoni, per la prima parte si capisce che si vuole copiare il Rocky più greve. Tra parentesi, esiste un cinegiornale luce in cui Primo Carnera si allena come faceva lo stallone italiano in Rocky 4: spaccando legna trainando slitte, spalando neve. L’unica cosa che mancava era Hearts on fire in sottofondo. Quando l’ho visto mi sono illuminato. Chiusa parentesi. Ma gli riesce di un male, ma di un male, che le intenzioni dopo 5 minuti non valgono più, e attendono 2 ore di salti logici, di epica bombata attraverso ormoni di digitale usato male (vette scult sono i finti reperti d’epoca) e con l’ausilio di frasi storiche di una povertà di spirito sconcertante. Non del povero Carnera, per carità, ma da chi le prende come moniti e le usa come se fossero aforismi di Nietzsche. Se poi ci aggiungiamo tirate a caso contro i critici e i popoli slavi abbiamo il quadro completo. Anzi, no: il vero colpo di grazia è la micidiale pletora di primi piani di tre quarti (sempre stesso profilo) con luce di taglio di Anna Valle.
Martinelli auspica che la produzione di film sia guidata dal mercato e non supportata dallo stato: Carnera in sala è stato un bagno di sangue, quindi bisognerebbe stare attenti a quello che si dice. Ma è un prodotto televisivo, come si diceva, quindi aspetteremo i dati auditel e giudicheremo solo allora. Se un tale esempio di analfabetismo narrativo avrà successo, allora bisognerà davvero cominciare a studiare.
Speed racer dei Wachowski Bros.
Io sottoscrivo Ohdaesu, e aspetto che FedeMc scriva il suo post.
Il resto della notte di Francesco Munzi
Rinominato dopo 5 minuti “Quand’è che un rumeno accoppa Sandra Ceccarelli con una chiave inglese?”. No, perché dalla prima inquadratura già non si sopporta, non si tollera. Che è anche in parte un effetto voluto, il personaggio non deve stare simpatico, ma lei oltrepassa la costruzione del personaggio. Così come il marito, Aurelién Recoing che, come si chiedeva il buon Kekkoz, perché è stato scelto? Perché in un film in presa diretta, quasi senza colonna sonora, fatto di fruscii documentarizzanti, per metà in rumeno con sottotitoli, si prende un attore straniero e lo si doppia (male)?.
Ma è proprio in questi due personaggi che risiede il problema: se il film funziona, pure bene, nella vicinanza scevra da giudizi e pregiudizi all’ennesima sconfitta dei vinti – siano essi white trash nordica o immigrati – è terribile nella rappresentazione della borghesia spaventata e ipocrita.
Forse è un problema di linguaggio: se si può essere lineari e semplici quando si tratta di esplorare il mondo degli outsider, ed espressione e contenuto in questo caso si congiungono in una poetica coerente e efficace, ma non è altrettanto quando si parla di un altro ceto sociale. Ci vuole qualcosa di diverso?
Perché la famiglia dell’industriale assomiglia pericolosamente alla malvagia triade fondante del “Brutto cinema italiano”: “Margherita Buy (madre moglie, cornuta, mazziata, non fa un cazzo da mane a sera, si cerca un hobby, percepisce la crisi, urla, fa cose senza senso ma proprio tanto) – Luca Zingaretti (padre stronzo assente iperelavoratore traditore con la segretaria, superficiale) – Jasmine Trinca (figlia ingenua, di belle speranze, veltroniana e impegnata nel sociale, studiosa e brava figliola)?
È davvero così la famiglia italiana? In un futuro mi toccherà assomigliare alla versione dark e alienata di Montalbano? Non credo proprio. Ma anche se fosse, cinematograficamente chissenefrega. Si percorrano altre soluzioni, si può provare, suvvia. Vi dobbiamo impedire di leggere Ibsen e Strindberg? Dobbiamo mettere un dipendente pubblico che telefoni a giorni alterni agli sceneggiatori dicendo “Siamo nel 2008. Siamo nel 2008.” Si osi un poco di più, orsù.
La commedia dei telefonini bianchi siamo tutti d’accordo che fa cacare.
Ma il lato “rumeno”, di esplorazione, di ricerca è sensato e convincente: davvero. Quindi 4 agli Zingaretti’s, 8 al resto. Facciamo 6 e aspettiamo il prossimo con curiosità.
manu
giovedì, maggio 22, 2008
NOCERA È INFERIORE PERCHÉ HA DATO I NATALI A INDIVIDUI IGNORANTI E REAZIONARI COME VOI
La notiza è questa: Afef è al Festival di Cannes. Visto che la nostra stampa è quella che è, qualcuno deve aver pensato che ciò che la signora Tronchetti Provera pensa sui film da lei visti, sia per noi interessante. Quindi, è scattata una bella intervista che potete sentire qui. Cosa sarà mai venuto fuori? Lo specifico filmico? Sfortunatamente no. È venuto fuori che per la provetta critica cinematografica, pellicole come Il Divo e Gomorra fanno male al nostro Paese. Che i panni sporchi vanno lavati in famiglia. Che l'Italia non è solo criminalità e corruzione.
Vero.
Anche bere un Mojito a Portofino in barca è importante.
Burp!
Scussssssssate.
Fa impressione constatare che le parole usate da Afef siano le stesse usate da Andreotti - oggetto del film di Sorrentino - per descrivere titoli minori come Ladri di Bicilette....
Dai, non può essere un caso.
Tre possibilità:
1) Citazione diretta di Andreotti?
2) Citazione, più raffinata, da C'eravamo tanto amati?
3) Coltissima citazione di Abramo Lincoln?
Come cosa c'entra Lincoln?
È lui che ha detto: "Meglio stare zitti, e lasciare il dubbio di essere stupidi, che parlare e togliere ogni dubbio".
FEDEmc
martedì, maggio 20, 2008
In Bruges, Martin McDonagh, GB, Bel 2008
Capita, a volte, di decidere i film per la puntata di SV un po' a caso, spesso per esclusione, a volte per intuito. Se siamo andati a vedere In Bruges è sicuramente per la prima ipotesi, e sono contento di dire che l'esordio di Martin McDonagh è stato una piacevolissima sorpresa. Non vi dirò nulla di nuovo se, ovviamente, la città belga del titolo è il terzo protagonista del film, insieme ai due killer "in esilio" Ray (Colin Farrell) e Ken (Brendan Gleeson). Non vi rivelerò nulla, invece, del perché sono stati mandati da Harry (Ralph Fiennes), il loro capo, in quella città dimenticata da Dio e dal turismo di massa.
McDonagh dirige e scrive un film sui generis, che non sfocia né nelle derive beckettiane dei due individui in attesa di qualcosa, né nel pulp, pur avendo elementi gore e surreali. Con humor nero, trattazione del senso di colpa e alcuni personaggi davvero memorabili (il nano razzista e protagonista di una sorta di remake olandese del mitico A Venezia un dicembre rosso shocking), la storia si dipana tra sprazzi di cruda e realistica violenza e un'atmosfera ovattata e sospesa gentilmente fornita dalla città belga.
Chissà, forse il rischio è che il film sfortunatamente non venga ricordato più di tanto (anche se l'interpretazione di Brendan Gleeson è memorabile), nel marasma di titoli da cui siamo invasi, ma se non altro non siamo dalle parti della maniera. Scusate se è poco.
Francesco
sabato, maggio 17, 2008
In viaggio con Seconda Visione
Martedì 20 maggio 2008. Programma della gita.
1a tappa: In Bruges, di Martin McDonagh. Dimenticatevi la noia del Belgio: passate un paio d'ore con Colin Farrell e Brendan Gleeson!
2a tappa: Gomorra, di Matteo Garrone. Un viaggio duro, ruvido e pericoloso. Guida consigliata: il libro di Roberto Saviano.
3a tappa: Alla scoperta di Charlie, di Mike Cahill. Seguite Tommaso nel suo "duro mestiere" insieme a quel pazzeriello di Michael Douglas.
Ritrovo ore 22,30 negli studi di Via Berretta Rossa: per prenotarsi basta una mail a secondavisione@hotmail.com.
La redazione - tour operator
Nella foto: il pullman di Seconda Visione pronto a caricare i suoi ospiti.
sabato, maggio 10, 2008
La ferrea scaletta
Martedì 13 maggio, duri e puri come l'acciaio, parleremo di:
- Iron Man di Jon Favreau, con Robert Downey Jr: fumetti e Black Sabbath, ma che vogliamo di più?
- Cargo 200 di Aleksej Babanov, con Aleksej Polujan: un film potenzialmente interessante sugli ultimik giorni dell'URSS, o i primi sintomi della fine della stagione cinematografica?
- Carnera - The Walking Mountain, di Renzo Martinelli, con Andrea Iaia: si prospetta come uno dei duri mestieri più tremendi della storia...
Venite in studio, nonostante la tentazione di stare in piazza: portate la chitarra e la vinella da noi, prenotatevi mandando una lettera elettronica a secondavisione@hotmail.com.
La redasiùn
Nella foto: uno dei conduttori di Seconda Visione sul set del film su Carnera
giovedì, maggio 08, 2008
Giudizi buttati là
Juno di Jason Reitman
Professionale, scritto bene, fa ridere, emozionare, in una parola paraculo. In un universo armonico dove conflitto, disagio, emarginazione sono banditi, e tutti sono fighi. Più vicino ai Teletubbies che a Gus Van Sant, più vicino a Susanna che ai Tenenbaum. Praticamente il demonio. Ma nel mondo ogni “tendenza” nasce in periferia, diventa centro, e poi muore nel dimenticatoio.. Ecco, Juno è il punto in cui si comincia a cadere.
John Rambo di Sylvester Stallone
Rambo fa a pezzi gli anni 90 e quelli che pensano che gli anni 80 fossero fichi. È stato difficile avere come padre fantasmatico Stallone, lui ha almeno avuto Crenna, che ti diceva “Vai, uccidi. Fallo perché è giusto”. Noi ci ritroviamo con Stallone che dice “Vai avanti a guardia abbassata e prendine una cassa. L’importante è che ti rialzi ogni volta”. Insomma, ho visto lezioni di vita più pratiche. Ma noi ti amiamo lo stesso, babbo.
Tutta la vita davanti di Paolo Virzì
Virzì continua a fare l’amaro apologo della fine del popolo, della piccola borghesia e dei suoi ideali di miglioramento. Con tono grotteschi e disperati e solo con qualche piccola sbavatura. Con più palle si poteva fare un film incredibile, ma è ottimo lo stesso. Solo l’ideologia giornalistica, impostata su griglie for dummies di idee sorpassate già quando Zoff giocava a scopa con Pertini, e il referenzialismo lo condannano.
The Darjeeling Limited di Wes Anderson
Anderson esce dalla maniera stanca di Zissou, e innova il suo stile della narrazione, mantenendo la coerenza di fondo. Insomma, mostre di avere ancora qualcosa Non trascinante, ma qualcosa di buono, molto buono e realmente dispari. Bravo, si temeva per la sua maturazione.
Iron man di Jon Favreau
Dopo Spiderman 2, il miglior film di supereroi fatto negli ultimi anni. Ben costruito, Downey jr in palla, leggermente più adulto, fa ridere, l’azione è rara ma strepitosa. Aaaiiron maaaan ta ta tatatata tatatatatata.
Colpo d’occhio di Sergio Rubini
Inguardabile. Adrian Scala andrà a infestare gli incubi di tutti gli autori che hanno qualcosa di parecchio intelligente da dire. Se vedete un film con metafore malriuscite, gridate "Adrian Scala!" per tre volte e il film svanirà.
Rubini prova a fare il thriller anni 70. Non gli riesce. Scamarcio prova a trascinare il pubblico. Non ci riesce. Vittoria Puccini nuda. Ci riesce.
La zona
Bello, teso, pessimista. Cinema politico aggiornato al passare dei tempi.
manu
manu
martedì, maggio 06, 2008
Dall'inviato ormai tornato
Mister Lonely, di Harmony Korine, GB, IRL, FRA, USA 2006
Eravamo rimasti al Korine regista e sceneggiatore di film-mazzata più o meno gratuita: Gummo, Julien Donkey Boy e Kids, per fare dei nomi. Fa quindi strano ritrovare Korine alle prese con una storia, anzi, con due storie fra il tenero e il surreale. La prima, quella principale, racconta di impersonificatori: non sono dei sosia, ma delle persone che si comportano e si vestono proprio come i personaggi famosi a cui si ispirano. In particolare seguiamo Michael Jackson (Diego Luna) che sbarca il lunario a Parigi facendo spettacoli a base di mossette, urletti, moonwalking e mani sul pacco. Lì (a Parigi, non sul pacco) incontra Marylin Monroe (Samantha Morton, che ancora una volta ci regala un’interpretazione fantastica), che lo convince a seguirlo in una comune nelle Highlands scozzesi, in cui vivono il Papa, i tre marmittoni, Abramo Lincoln, Charles Chaplin, Shirley Temple e svariati altri impersonificatori. La comunità vive preparando un grande spettacolo che dovrebbe coinvolgere gli abitanti del paesino presso il quale vivono.
A questa storia Korine affianca quella di un gruppo di suore missionarie dell’America centrale, guidate da un prete (Werner Herzog, ancora una volta attore per Korine), che scopre per caso che con la fede le suore possono volare e iniziano a gettarsi da un aereo. Il miracolo sta per essere mostrato in Vaticano, ma…
Non voglio rovinarvi la sorpresa, ma avete capito che questo film parla di solitudini e fallimenti. Nel toccare questi temi, però, Korine ha un modo ironico e dolce, ben lontano – per fortuna – dalla volontà di scandalizzare a tutti i costi dei suoi lavori precedenti. Le storie, che per ammissione dello stesso regista – incontrato alla fine del film, oh yeah! – non hanno nulla in comune, e sono entrambe girate in 35mm, ma una con taglio più documentaristico (quella delle suore), sono narrate con partecipazione, senza sarcasmo e senza quella spocchia che a volte ha penalizzato parti o interi film di Korine. Insomma, scaricatevelo, nell’attesa che arrivi in Italia e venga come al solito ucciso dal doppiaggio.
Francesco
Amici...
questa mattina avevo scritto il post con la scaletta di questa sera ma non so se il fato avverso le condizioni meteo la situazione mondiale incerta i mercati fluttuanti hanno fatto si che non comparisse...Me ne sono resa conto solo in questo momento...Così col capo cosparso di cenere faccio l'annunciaziòannunciaziò. Questa sera a Secondavisione cinema sciocchezze ee pretese culturali, per l'ultima volta in formazione ridotta (il nostro Le chien è tornato dalle Americhe e ci ha portato la cioccolata e i portoballi), si parlerà di
THE DARJEELING LIMITED, del grande Wes Anderson,treni, fratelli un po' coltelli, India, set di valigie griffate e limonate dolci
RACCONTI DA STOCCOLMA, di Anders Nilsson , violenze tra le mura domestiche sotto la superficie opaca e tranquilla della provincia nordeuropea.Premio Amnesty International all'ultimo Festival di Berlino
E per il duro mestiere si torna or ora dalla visione di THE HUNTING PARTY, di Richard Shepard, con Richard Gere nei panni di un convincentissimo(......) inviato di guerra.
Che altro? Scrivete....vabbò se volete venire suonate in via Berretta Rossa :)
E se vi resta posto in valigia portatece a vinella
La tarda redazione
sabato, maggio 03, 2008
Dal vostro inviato
Smart People, di Noam Murro, USA 2008
Qui negli USA, da dove vi scrivo, Ellen Page è l'attrice più quotata del momento. L'avevamo capito anche noi, dopo il successo di Juno ("Best movie of the year!" dicono qui: esagerati). Il punto è che la Page ha un sacco di film in uscita. Tra cui questo, diretto da questo produttore di origini israeliane, che ha portato il film al Sundance. Ed ecco la parola magica grazie alla quale avete già capito tutto: un professore universitario di inglese (Dennis Quaid invecchiato, bolso e antipatico) vive con il figlio (in perenne ombra paterna) e con la figlia (la Page, appunto), giovane, carina e repubblicana. Gli piomba in casa il fratello adottivo, un Thomas Haden Church strepitoso, proprio mentre, per un incidente gli viene vietato di guidare. In ospedale incontrerà una dottoressa, sua ex studentessa (Sarah Jessica Parker - aaaargh!), grazie alla quale riscoprirà l'amore, l'insegnamento, le belle stagioni, il profumo dell'aria, la carriera, la vena creativa, lo splendore delle piccole cose, eccetera, eccetera, eccetera.
Che poi, in sè, il film è anche gradevole. Ma che palle questi percorsi salvifici, tutti uguali. Per fortuna che i personaggi - Parker a parte - sono belli e interpretati bene, e che alcuni scambi di battute siano davvero efficaci. Ma il bollino Sundance vince tutto.
Standard Operating Procedure, di Errol Morris, USA 2008
Di ben altra fattura è l'ultimo film di Errol Morris, presentato a Berlino a gennaio. Partendo dalle foto delle sevizie e torture di Abu Ghraib di qualche anno fa (ricordate? L'uomo con i fili attaccati alle mani e il cappuccio in testa, la piramide di prigionieri nudi...), Morris fa scaturire una riflessione profonda su temi altissimi quali la giustizia, le procedure militari, il rapporto tra realtà e rappresentazione della stessa. Come al solito, il regista fa parlare le persone coinvolte nel caso, mostrando risposte a domande precise, ma stando ben lontano dalla sottile forma di coercizione di Michael Moore, per fare un esempio. Grazie ai diretti interessati, a esperti di intelligence militari, a investigatori, il risultato non è avere delle risposte su quello che è successo nella prigione irachena, ma farsi delle domande precise, la cui risposta è difficilmente univoca. Un documentario (che usa ogni tanto, a fini di dramatization, brevi frammenti di fiction) durissimo e spietato: pensate che quello che viene fuori dai soldati intervistati è che, alla fine, la vera cosa stupida che hanno fatto è stato scattare quelle foto.
Una nota di costume: ho visto il film il primo giorno che è uscito negli USA, in una sala storica e "intellettuale" di Manhattan, allo spettacolo "di punta". Beh, la sala non era piena. Non so, ci sono rimasto male.
Francesco
lunedì, aprile 28, 2008
SECONDAVISIONE RISCHIATUTTO!
Martedì 29 aprile. Quando il gioco si fa duro....ecco la scaletta:
- 21, Robert Luketic, con l'ex Jude di Across the Universe Jim Sturgess, e Kevin Spacey che fa il cattivo ( ma va?) a base di ormonella collegiale, cervelloni al tavolo verde, black jack e truffe.
- 10 Cose Di Noi, Brad Siberling, attori sul viale del tramonto e cassiere sexy sull'orlo di una crisi di nervi.
E per la prima volta la dottoressa Zazzarazzà si cimenta con il consueto Il Duro Mestire Del Critico che più duro non si può: The Other Boylen Girl, L'Altra Donna Del Re, di Justin Chadwick, con lo scontro tra le braaaaaave Natalie Portman e Scarlett Johansson.
5 posti disponibili, fate il vostro gioco. Puntate su secondavisione@hotmail.com.
Rien ne va plus.
La redazione (da Las Vegas)
Nella foto: un conduttore di SecondaVisione dopo una puntata di troppo al casinò
mercoledì, aprile 23, 2008
AVERE AMICI COSÌ, È BELLO ASSAJE: LE MAGLIE DELLA KILLER - ELITE
Il mio amico Maurizio, fa tantissime cose. Per poco tempo, a dire il vero; nel senso che le sue passioni sono rapidi e volubili come gli amori degli adolescenti durante l'estate. Adesso ci ha preso il trip di fare le magliette. Siccome è un perfezionista, è partito da delle robe che solo noi suoi amici potevamo indossare (una maglia degli Slayer con una grafica particolarmente scrausa, ma con valore regazzness 100%) e adesso invece è diventato un califfo. Tant'è che ha messo su un bìsness, per fare tantissimi soldi e poi spenderli tutti in droga e donne. E io che sono suo amico ho deciso che è cosa buona e giusta fargli un po' di sana pubblicità. Anche perché la prima maglia che ha realizzato a modino, ha a che fare con una nostra grande passione: il vecchio John Carpenter. E siccome questa passione non è ancora scemata, il mio amico Maurizio mi ha detto di dirvi che tra poco ne farà un'altra, saccheggiando la grafica da una nostra altra passione. Volete sapere quale? Ingordi... Però posso dirvi che se vi iscrivete alla newsletter, questa scaltrissima mossa vi permetterà di togliervi questa curiosità, di avere degli sconti, sapere quando ci sono nuove maglie e - quando poi non vi arriverà più una notizia una - sapere che al mio amico Maurizio è passata pure questa passione...
Approved by FEDEmc
lunedì, aprile 21, 2008
MISSIONE: SECONDAVISIONE!
Martedì 22 aprile 2008. Scaletta:
- L'Ultima Missione. Olivier Marchal. Daniel Auteuil. Polar.
- In Amore Niente Regole. George Clooney. Terza regia.
Il Duro Mestiere Del Critico: Step Up 2. Scaldamuscoli.
5 posti disponibili. secondavisione@hotmail.com. Vinella.
La stringata redazione
Nella foto: alcune comparse di Step Up 2.
martedì, aprile 15, 2008
NON PENSARCI, Gianni Zanasi, ITA, 2008
Io voglio molto bene al mio amico Manu. È bello, è alto, è simpatico, è uno dei fondatori di questo collettivo ed è quello che secondo me ne capisce più di tutti di cinema. Ma mica solo tra noi, eh? È uno di quelli che ne capisce di più di tutti. Nel mondo. Ogni tanto vado al cinema e non capisco se la pellicola che ho visto è stata di mio gradimento o meno. Allora lo chiamo e gli chiedo: “Manu, ma mi è piaciuto il film?”. Lui mi spiega tutto per benino, e io mi fido della sua risposta. Ha un unico difetto: ogni tanto si fa prendere da uno strano buonismo nei confronti del cinema italiano. Intendiamoci: ha delle scusanti. Lo fa perché ci tiene. Lo fa perché ci spera sempre, perché sarebbe bello un giorno andare in giro per il mondo e dire con una certa arroganza “Ahahaha! vengo dall'Italia: quella grande nazione dove è stato fatto quel bel film!”. Comunque. L'altro giorno sono andato a vedere Non Pensarci di Zanasi. E per me è bruttissimo. Manu ha detto che sono troppo cattivo e che non è male. Ti pareva... Sono uscito dalla sala sbuffando e pensando che un film del genere è veramente brutto. Ma brutto “senza tempo”. Potevano farlo l'anno scorso, dieci anni fa, fra sette mesi, fra un decennio... Il risultato non cambia: brutto. Senza se e senza ma. Perché è sempre e ancora una volta la stessa storia. Perché ancora una volta mi trovo di fronte a uno che ha 35 anni, che non ha più l'età per fare il giovane, ma che invece si mette le magliettine e i jeans e suona in un gruppo rock. Pronunciato come lo pronunciava Celentano quando ha fatto quella gag del Lento Vs. Rock. Roooooooock. Come se fosse una parola esotica. Un 35enne che non è più giovane che suona rock e che torna a casa prima del tempo e trova la sua ragazza che si fa un vero giovane che fa rock. E allora lascia la casa piena di cd e tenta di portare a termine quello che dovrebbe fare: il suo lavoro, finire un disco che tutti aspettano. E invece no, perché manca l'ispirazione. E insomma, per farla breve il protagonista è un 35 enne in crisi. Che per combattere la crisi torna dalla famiglia. Eh, sì. Proprio così. Torna a casa perché la famiglia ti può dare quella sicurezza che forse nel frattempo hai perso. O forse perché grazie a questo escamotage di sceneggiatura possiamo mostrare dei personaggi tutti matti. 1) Il fratello Battiston (“bravo Battiston: uno dei più bravi in Italia!”) che non ha fatto il rocker come il fratello, ma è rimasto a casa e ha preso le redini dell'azienda di famiglia. Uno con la testa sulle spalle, uno che poteva diventare tennista professionista e ha abbandonato tutto che c'è la fabbrica da mandare avanti... mica un pirla. Eh già... mica vero. Invece sta per separarsi dalla moglie, sta per far fallire la ditta che papà ha mandato avanti per “non sai quanti anni”, ingurgita psicofarmaci a uso ridere e ci beve sopra delle birre. Però ha il maglione legato sulle spalle. 2) La sorella Anita Caprioli (“che bella Anita Caprioli. È anche brava! Te la ricordi in quel bel film... come si chiamava? Ecco! Santa Maradona!”) che ha lasciato l'università deludendo un po' tutti, ma l'ha fatto per la passione della sua vita: i delfini. Stranissima, la sorella... E siccome nei piccoli paesini di provincia quelli strani o “se droghino” o sono invertiti, Anita Caprioli – non essendo stata presentata con uno spinello in mano – ecco... il cerchio si stringe. 3) Mamma & Papà (“chi son poi questi due? Li ho già visti... Mah. Avran fatto del teatro”). Mamma esaurita che nasconde un segreto – quale segreto? quello lì! Ha fatto le corna a papà! – che nel tempo libero fa a fare dei corsi di meditazione con dei freakettoni che le vogliono far riscoprire il suo io più profondo a suon di tamburelli. E papà che dopo l'infartino gioca a golf. Non capiscono i figli: uno rocker, una lesbica e uno che è sempre teso. Questo il bel quadro che ci troviamo davanti agli occhi. Aggiungiamoci, per dovere di cronaca, la guardia giurata invasata che dice “roger!”, l'amico rimasto sotto che con occhio spiritato parla di suicidio fin dalla prima sequenza, la prostituta dal cuore d'oro (Caterina Murino. Figa, eh? Brava un po' meno...), il figlio di papà che si è buttato in politica dalla parte di quelli che c'hanno i soldi e sono ignoranti e antipatici. Non manca una bella tirata contro i furbetti del quartiere che tramite le banche e i soldi rovinano il mondo. Francamente un po' troppo. Ed è un peccato. Perché Zanasi ha buon occhio. L'aveva già dimostrato nei suoi film precedenti e qui lo fa ancora: si affeziona ai personaggi ed è bravo a mostrare la città (Rimini) e la casa in cui è ambientata la storia. Ogni tanto azzecca anche la sequenza, o ha per lo meno quel buon guizzo in più (la sequenza del “contachilomerti”, la caduta delle ciliege), ma si trova a dover gestire materiale da commediola. Materiale che, parere mio, non c'entra nulla con quello che vorrebbe fare. E quindi cosa rimane? Ci si trova davanti a un film che fa molto ridere (ma il merito è di Valerio Mastandrea che secondo me ha un talento comico raro) ma che si ritrova forse ad avere delle pretese in più del dovuto. Che inevitabilmente affogano e muoiono a causa della galleria di personaggi e situazioni di cui sopra... In quel cinema italiano che abbiamo già visto, che è sempre fermo lì. Esattamente allo stesso punto dove l'avevamo lasciato l'ultima volta, e dove lo ritroveremo la prossima.
Colonna sonora: trattandosi di film con protagonista un giovane rocker, praticamente si sente tutto il disco dei Clap your hands say yeah. E vabbeh. Ma poi c'è un pezzo di Ivan Graziani. E anche questo ormai sta diventando prassi. O mi sbaglio? L'utilizzo di un pezzo camp di quella bella Italia che fu...
FEDEmc
domenica, aprile 13, 2008
IT'S ONLY SECONDAVISIONE (BUT I LIKE IT)
Arrivederci rubino martedì 15 aprile, partiamo su, passiamo la notte insieme, esiliamoci sulla strada principale e con le dita appiccicose, su cavalli selvaggi, sediamoci al banchetto dei mendicanti a base di zucchero marrone. Lady Jane Luciana, Street Fighting Man Francesco e Jumpin' Jack Flash Tommaso rotolando vi parleranno di:
- Shine A Light, Martin Scorsese vs. Jagger, Richards, Watts e Wood, la sciate che sanguini...
- Non Pensarci, di Gianni Zanasi, è solo rock'n'roll...
- Riprendimi, di Anna Negri, non potete sempre avere quello che volete...
E per il consueto appuntamento con Il Duro Mestiere del Critico Sorella Morfina Papessa ci parlerà della sua simpatia per il demonio dopo aver visto Shoot 'Em Up con l'uomo scimmia Clive Owen e la ragazza della fabbrica Monica Bellucci. Il 19° esaurimento nervoso...
5 i posti disponibili. Noi vi amiamo, dateci riparo, scrivete una mail sotto i vostri pollici, dipingetela, nero, e inviatela a secondavisione@hotmail.com. (Non possiamo avere) Soddisfazione se non portate della vinella.
La rotolante redazione di pietra
Nella foto: una serie di umarells in procinto di mandare una mail a secondavisione@hotmail.com
sabato, aprile 05, 2008
AND THE WINNER IS SECONDAVISIONE
Martedì 8 aprile ennesima puntata della più blasonata trasmissione di cinema, sciocchezze e pretese culturali del creato. I pluridecorati Luciana, Francesco e Tommas o vi parleranno di:
- Juno, di Jason Reitman, premiato alla Festa di Roma, premiato agli Oscar, la commedia più cool dell'anno a base di gravidanza e musica indie.
- La Zona, di Rodrigo Plà, premiato a Venezia, straordinaria storia di crescita, muri, divisioni e giustizia privata.
E per il consueto appuntamento con Il Duro Mestiere del Critico, dopo un riconteggio dei voti che farebbe impallidire la Florida, la sorte e il pubblico sovrano ha deciso senza appello per Next, con l'uomo-padella Nicolas Cage alle prese con Philip K. Dick (!). A' Francé, preparati...
5 i posti disponibili. Premiatevi mandando una mail a secondavisione@hotmail.com, e non dimenticate una coppa di vino...
La Premiata Redazione
Nella foto: un affezionato ascoltatore intento ad acquistare vino e coppa per la trasmissione.
martedì, aprile 01, 2008
TUTTA LA VITA DAVANTI
Il signor regista Paolo Virzì ha deciso che era giunto il momento di dire la propria su giovani e precarietà, su mondo dei call center e lauree inutili, sul lavoro-che-non-c'è e sogni di gloria infranti. Così, il signor regista Paolo Virzì ha dato un'occhiata a qualche blog, deciso che ce n'era uno che gli piaceva più degli altri (o forse non si è dato il disturbo di cercare oltre), chiamato il suo amico sceneggiatore Francesco Bruni (N- Io e Napoleone, Caterina va in città, My name is Tanino) e girato un film "di denuncia" sulla "volgarità" dell' "Italietta di oggi" col sapore "agrodolce" della più "alta tradizione" della "commedia all'italiana" guardando "a Monicelli e a Dino Risi".
Il signor regista ha quindi immaginato che il mondo di un call center della periferia romana, quartierone fieristico spoglio e luccicante vetro e acciaio, fosse popolato da aspiranti veline con tatuaggi lombari, bruttarelle frigidette che ansimano di godimento alla vendita telefonica di un frullatore o quel che sia, team leader botulinate imbrigliate in corsetti sadomaso, sindacalisti Nidil imbranati che parlano a teste vuote e rimpiangono i presidi mirafioristi anni settanta ma in fondo preferiscono i fondoschiena sodi alle tute blu, giovani neoyuppies che sfogano repressioni in sedute motivazionali distruttive, candide neolaureate cum laude in filosofia che annaspano alla ricerca di una possibile connessione tra Heidegger e mondo del telemarketing, figlie ovviamente di madri ex sessantottine-professoresse-ex femministe che non disdegnano, ogni tanto, una canna rullata bene.
Il signor regista Paolo Virzì non sa forse che il mondo dei call center è popolato al 90% di quelle laureate cum laude di cui egli fa un'eccezione. Il signor regista Paolo Virzì non sa che i volantini sindacali all'interno dei suddetti call center non servono per sventolarsi dall'afa romana mentre si parla de Guendalina der Grande Fratello, ma vengono addirittura letti, a volte. Il signor regista Paolo Virzì non sa che durante la pausa sigaretta non ci sono solo riunioni di sgallettate che parlano dell'ultimo rivoluzionario metodo di epilazione, ma che si parla soprattutto, in maniera ossessiva forse, del lavoro svolto, di quanto sia frustrante, dei sogni accantonati, delle paure e delle incertezze. Il signor regista Paolo Virzì non sa che la presunta indifferenza, il mancato senso di coesione e lotta è figlio di contratti ridicoli, che ti tolgono il fiato, che ti costringono a trovare una motivazione in ciò che fai perchè quel lavoro ti serve e sai che potresti perderlo. Che negli anni settanta Biagi era solo il nome di un giornalista un po' bacchettone e non evocava spettri di leggi sulla flessibilità.
Il signor non regista Ascanio Celestini, qualche mese fa, ha girato un non film su un call center romano chiamato Atesia, ha mostrato che ci sono ragazzi, guarda un po', ventenni, che sanno che il Grande Fratello esiste e magari ne hanno vista anche qualche puntata, ma che si sono organizzati, all'interno di un call center, perchè hanno compreso che qualche diritto lo avevano. Il signor non regista Ascanio Celestini li ha fatti parlare, ha fatto vedere i volantini da essi stessi prodotti, la sala un po' fatiscente in cui si sono riuniti per mesi, le loro piccole vittorie. Anche le loro sconfitte. Ma ha prodotto un documento reale, struggente, sincero, fatto di dolore ma anche di speranza, perchè magari il cinema non cambierà il mondo o la storia o lo stato delle cose ma un piccolo aiuto a comprendere è obbligato a darlo.
Paolo Mereghetti ha scritto che Tutta la vita davanti è l'Amarcord dei nostri tempi. Qualcun altro che la Ferilli è la Gloria Swanson de noantri.
Ai posteri l'ardua sentenza, poetava un vecchio liberale.
L.
domenica, marzo 30, 2008
SO LONG, AND THANKS FOR ALL THE FISH...
Martedì 1 aprile si moltiplicheranno i pesci e si cercherà di parlare di cinema, sciocchezze e pretese culturali. Questa la scherzosa scaletta:
- Un Bacio Romantico, l'atteso film ammerigàno di Wong Kar-Wai, con il bruttino Jude Law, le poco belle Natalie Portman e Rachel Weisz, la per niente bbràava Cat Power e l'altissima Norah Jones.
- Call- center, precarietà, la volgarità dell'Italietta di oggi. In una parola: Tutta la Vita Davanti di Paolo Virzì, una nuova e originalissima commedia, pensate un pò, all'italiana.
Questa settimana il pesce d'aprile più simpa toccherà al giovane Tommaso che per il consueto appuntamento Il Duro Mestiere del Critico, mai così duro, imparerà qualcosa sull'amicizia, l'Afghanistan e il vento visionando con grande voglia e gioia l'attesissimo adattamento cinematografico del libro più bello del mondo, ovvero Il Cacciatore di Aquiloni. Wow.
Cinque posti disponibili. Mandate un pesce telematico a secondavisione@hotmail.com. Non dimenticate, vinella a iosa. E non per scherzo...
La redazione d'aprile
Nella foto: un ascoltatore porta un branzino in via Berretta Rossa
lunedì, marzo 24, 2008
THE ORPHANAGE, Juan Antonio Bayona, 2007
Ne abbiamo parlato molte volte proprio qui su questo blog. Ormai siamo giunti a un punto che una frase come “In Italia manca il cinema di genere”, ha lo stesso valore di massime come “il nuoto è uno sport completo”. Lo sappiamo già tutti e non ci interessa più. E quindi? E quindi, niente. Ci si lamenta che è sempre bello. E se avete bisogno di un motivo in più per lamentarvi ecco a voi - rullo di tamburi - The Orphanage. Inghilterra? Stati Uniti? Toh... Canada? No, lettrici e lettori: Spagna. El Orfanato - questo il titolo originale - è un film horror spagnolo. Certo, non è una novità: i nostri amici che parlano come noi ma con delle esse alla fine, è da tempo che si interessano a questo genere. Fine a qualche anno fa rappresentavano una sorta di isola felice del “cinema de paura”, ma El Orfanato ha qualcosa di diverso. Non stiamo parlando della Filmax, di amici di Brian Yuzna o di Stuart Gordon, di Balaguerò vari. Insomma, El Orfanato non è un piccolo film indipendente che farà la gioia dei soli appassionati, ma grande cinema di genere. Per la precisione horror “barra” ghost story”. Vi ricordate? Fantasmi, porte che si chiudono da sole, scricchiolii che ti tengono sveglio la notte, orribili segreti che riaffiorano... Quelle cose lì. Ingredienti semplici. Quello che serve. QB. Il tutto mescolato a dovere. In una confezione luccicante che è più della metà del tutto. Sì perché poi obbiettivamente se ci si mette a raccontare il film, se prendiamo i singoli elementi e li mettiamo uno in filo all'altro, potrebbero venire fuori mille dubbi, qualcosa potrebbe portarci a riconsiderare il giudizio su questo titolo. Forse non è il caso. Forse conviene farsi abbagliare da quel luccichio cui si faceva riferimento poco sopra. Il merito potrebbe essere dei soldi della Warner Bros, ma molto probabilmente è del nome importante dietro questa produzione: Guillermo del Toro. Uno che ha capito tutto. Uno che non sarà Mann, ma ha un suo gusto personale, un senso estetico e quale che si a il suo apporto un un film – sceneggiatura, regisa, produzione - lo riconosci. E non è poco. El Orfanato ricorda La Spina del Diavolo. Ricorda Il Labirinto del Fauno. Ma è un altra cosa. Ne ha l'aria. Perché anche qui ci sono dei bambini in pericolo, perché anche qui ci sono dei fantasmi che spaventano ma che possono anche essere d'aiuto, perché anche qui c'è la memoria, l'immaginazione e la magia. Se ci aggiungete che Juan Antonio Bayona è un regista che sa come gestire un horror, che è in grado di gestire e costruire ottime sequenze e di spaventare senza per forza di cose ricorrere a “volume a palla!”, il gioco è fatto. Vi renderete conto che per fare ottimo cinema così, basta poco. Che è possibile unire esigenze “commerciali”, con un gusto ben preciso. “Ah, ma signora mia... finché la gente andrà al cinema a vedere il Vaporidis o il Raoul Bova che limona le minorenni...”. Che ve lo dico a fare... Uscirà da noli in sala? Non lo so. Volete aspettare che lo rifaccia negli States un amico di Gore Verbinski? Ecco. Quindi la soluzione è... bravi, 'nduvinato.
Ma mi raccomando! Non rubate mai una macchina.
FEDEmc
domenica, marzo 23, 2008
EASTER SECONDAVISIONE
Puntata di martedì 25 marzo. Scaletta:
- La Banda. Eran Kolirin. Israele vs. Egitto. Mah.
- La Volpe e la Bambina. Luc Jacquet. Ambra Angiolini. Sigh.
- Duro mestiere del critico: Questa Notte è Ancora Nostra. Vaporidis. Argh.
2 posti ancora disponibili. Mail a secondavisione@hotmail.com. Con vinella. Slurp.
Siateci. Yeah.
la sintetica Redazione
Nella foto: due ascoltatori si disputano i posti ancora disponibili
mercoledì, marzo 19, 2008
Ripubblichiamo, oh yeah!
Onora il padre e la madre (Before the Devil Knows You’re Dead) di Sidney Lumet
L’esplosione calcolata e imprevedibile di una famiglia. Imprevedibile perché i due figli, cresciuti, sono di relativo successo (o perlomeno lo erano): Philip Seymour Hoffman è il dirigente di un settore di un’azienda immobiliare, ma cerca soldi per fuggire dall’America – forse per coprire alcune sue malefatte, di sicuro per provare a ricucire il matrimonio. Ethan Hawke è un inetto (direi, un ruolo una carriera), un tempo era di successo (teneva il mondo per le palle) ma ora provato da un divorzio e da altri sfighe, si trova ad avere un disperato bisogno di soldi per gli alimenti.
Il primo è luciferino, l’altro è il fallito che gli vende l’anima. Ma il piano diabolico prevede la rapina alla gioielleria dei genitori di entrambi: una sorta di risarcimento simbolico per il personaggio di Hoffman, sempre attaccato dal padre in quanto il più grande e il più brutto, l’ultima speranza di una vita decente per Hawke.
Ovviamente, tutto va a rotoli in modo sempre più tragico. E devastante. Non c’è pietà: è un mondo cattivo e nero, e la famiglia è il suo cuore pulsante. I due figli architettano assieme il piano, ma Hawke va a letto con la moglie di Hoffman (Marisa Tomei sempre nuda per i primi tre quarti di film). I genitori chiedono fuori tempo massimo il perdono per le proprie colpe, e a nessuno salta anche lontanamente in testa di perdonare.
Ciò che rende ancora di più interessante la parabola dei pezzi che saltano in aria dopo la rapina è la scomposizione in punti di vista e piani temporali diversi intrecciati tra loro, per cui si segue il percorso di ciascuno prima e dopo la rapina: tutto è scritto, ma ognuno ci mette la sua scrittura di cattiveria e incapacità.
Il padre è stronzo solo come gli uomini di altri tempi sanno essere, il figlio (i figli) è squalo/cocainomane/malvagio e ignavo/pasticcione/codardo/scemo, lo spirito santo è il demonio. Amen.
Manu
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